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Si parla molto, da tempo e a tutti i livelli di Piattaforma Logistica tra Porto, Aeroporto e Interporto, ma si è davvero nella direzione giusta? Allo stato attuale è possibile che tali strutture, nella loro globalità, possano essere funzionali alla economia marchigiana? Questo articolo intende chiarirlo.La N.177 del 13 Novembre 2025 “Legge Quadro in Materia di Trasporti, che ha sostituito la Legge 240 del 2 Agosto 1990, definisce testualmente l’Interporto come “Il complesso organico di infrastrutture e di servizi integrati di rilevanza nazionale, gestito in forma imprenditoriale al fine di favorire la Mobilità delle merci tra le diverse Modalità di Trasporto con l’Obiettivo di accrescere l’Intermodalità e l’Efficienza dei Flussi Logistici”.
L’Interporto Marche Spa nacque dalle ceneri del CEMIM (Centro Intermodale delle Marche). Esso fu costituito per realizzare una attività intermodale a livello internazionale mediante un accordo con il Porto di Rotterdam, con cui fu, nel 1992, stipulato un Memorandum d’Intesa. Tale Documento affermava che il CEMIM si proponeva di ricoprire il ruolo di Terminal Intelligente, collegando il Porto di Rotterdam con il Centro e il Sud d’Italia, con il Sud-Est Europa e con il vicino Medio Oriente.
Non solo, le Parti avrebbero collaborato nella Ricerca e in Progetti di Sviluppo diretti al rafforzamento di una Rete tra i Centri Intermodali del Centro e Sud Italia ed il Coordinamento veniva affidato al CEMIM.
Purtroppo nel 1994 fu avviata una procedura fallimentare del Consorzio CEMIM da cui nacque, come già detto, l’Interporto Marche Spa. Tale procedura fu susseguentemente revocata dalla Corte di Appello di Ancona per due motivi: 1) Il Rapporto fra Attivo e Passivo risultò del tutto a favore dell’Attivo; 2) Il Consorzio CEMIM aveva, inoltre, un credito nei confronti della Regione di ben 8 miliardi di lire, sulla base di contributi già deliberati in precedenza dalla medesima.
Dunque, è di solare evidenza che non sussistevano i presupposti per la dichiarazione di fallimento.
La stessa regione Marche istituì una Commissione d’Inchiesta che confermò la verità stabilita in Sede giudiziaria.
Purtroppo i danni sono risultati gravi e irreversibili, non solo per gli Amministratori coinvolti, ma per la stessa economia regionale, dato il venir meno di un’opera di grande rilevanza e modernità.
Malgrado quanto accaduto, ritengo che vi sia una sola possibilità di recuperare, seppur tardivamente, la funzionalità interportuale, aumentando la superficie attuale, ponendo al centro il sistema ferroviario, con da un lato l’Interporto e dall’altro la realtà di Amazon a cui è stata ceduta una parte consistente dele aree a disposizione.
Sapranno le Istituzioni e il mondo imprenditoriale, ad ogni livello, dare una risposta positiva alla soluzione proposta? Ce lo auguriamo.
Ma Amazon, data la sua grande rilevanza economica e finanziaria, saprà assecondare e perseguire tale progettualità? O si limiterà ad una semplice distribuzione di beni?
Credo che sia legittimo nutrire dei seri dubbi, sulla base di fondate motivazioni.
Sarà davvero, essa, occasione e stimolo per un rinnovato sviluppo economico per la nostra Regione? I posti di lavoro, promessi o ipotizzati, costituiranno davvero il segnale per un miglioramento concreto e duraturo dei livelli reddituali dei lavoratori marchigiani? I territori compresi nel comprensorio interessato, in particolare della Vallesina, assisteranno davvero ad una nuova rinascita, dopo i fasti del passato?
Intanto e fino a prova contraria, una azienda molto importante, per dimensioni e per qualità di produzione, tende, a divorare quelle piccole, tanto più se queste hanno tali caratteristiche ricorrenti, come è il caso di molte imprese marchigiane.
Le Grandi Multinazionali, infatti e in generale, perseguono primariamente i loro specifici interessi, per lo più di carattere meramente finanziario. Se questi ultimi coincidono con gli interessi della Nazione ospitante tanto meglio; in caso contrario ne fa le spese l’intero tessuto produttivo del territorio.
Nel caso dell’Interporto gli Organi direzionali del medesimo, ritenendo ancora valida la propria azione espansiva e optarono, a suo tempo, per l’ampliamento della superficie da dedicare alle future attività produttive.
L’area passò dai 75 ettari inziali a 101 ettari. Superficie ritenuta ottimale per poter esercitare positivamente la specifica attività intermodale.
Ma di tali 101 ettari risultavano ancora ben 50 ettari da espropriare ai rispettivi proprietari. Invece di iniziare le procedure degli Atti espropriativi, previsti dalla legge, Interporto affittò la gestione delle aree alla Società DPA srl (società di natura prettamente privata composta da operatori del trasporto).
Successivamente, nel recente, è giunta, come già detto, Amazon, a cui venne trasferita la proprietà dei citati 50 ettari, previo accordo con i proprietari.
E’ ben chiaro che con una superficie ampiamente ridotta e per giunta, di fatto, gestita dalla Società DPA, era del tutto arduo, se non impossibile, esercitare convenientemente alcuna vera attività intermodale; tra l’altro senza alcun legame, evidente, con il Porto e l’Aeroporto, come se fossero entità completamente estranee ad ogni attività trasportistica intermodale.
Il risultato, almeno oggi, diventa evidente: Osserviamo che le Ferrovie fanno la loro specifica attività, in maniera quasi autonoma e indipendente; le Aziende di trasporto mobilizzano la loro merce verso diverse destinazioni, secondo le loro ristrette logiche; Amazon distribuirà, presumibilmente i pacchi da tutto il mondo!
Ancora una volta siamo in presenza di occasioni mancate!
La domanda, però, da farsi ora è l seguente e che più interessa Operatori e Cittadini:
Che ne è della conclamata Piattaforma Logistica “Porto, Aeroporto, Interporto?”.
Non è forse più realistico prendere atto che le Attività Logistiche Intermodali sono di fatto sfumate e che la funzione nettamente predominante verrà svolta dalle operazioni trasportistiche e commerciali di Amazon, che nulla hanno a che vedere con la prevista attività originaria intermodale?
Saprà Amazon fungere da calamità e da incoraggiamento per il nostro sistema imprenditoriale, in modo da dare slancio, in chiave moderna, ad un territorio che tanto ha dato alla economia marchigiana?
E’ quello che ci auguriamo, affinché le azioni del passato non siano irrimediabilmente disperse. Lo speriamo ancora, da inguaribili ottimisti.
Bene fa la Regione, sia pure con grave ritardo, a porsi il problema della grave carenza di infrastrutture viarie, necessarie per rendere il più possibile fluido l’enorme concentrazione di traffico pesante che si riverserà nella Vallesina e in tutta l’area provinciale tra Ancona, Falconara, Jesi e Senigallia.
In tutto ciò il problema dell’afflusso quotidiano di operatori, in particolare lavoratori, nell’area Amazon, in cui si arrovella il Comune di Jesi, pur rappresentando una esigenza vera, appare del tutto secondaria e, per alcuni aspetti, irrilevante.
Con questo si vuole comunque sostenere che i posti di lavoro sono oggettivamente importanti, ma ancor di più lo sono se essi sono di qualità, duraturi, frutto anche di iniziative imprenditoriali vere, che possano realmente scaturire dalla inventiva e dalla ricerca dei nostri imprenditori, da sempre capaci di promuovere sviluppo e benessere, come è stato largamente dimostrato nel passato, anche recente.
Occorre, cioè, creare un Polo produttivo tutto nostro, in linea con le più avanzate tecniche produttive, con apporto di finanziamenti pubblici e privati, ma senza essere supini e passivi, quali semplici addetti ai lavori addetti ai lavori, ma attivi, intraprendenti e intelligenti, come è sempre avvenuto.
In questo contesto la sinergia vera e determinata tra tutti i soggetti, pubblici e privati può risultare determinante.
La regia spetta sicuramente alla Regione, ma anche gli altri Enti dovranno e potranno dare il loro contributo, senza limiti e campanilismi.
Una vera sfida, per passare dalle parole ai fatti.
